Occidente senza passioni. La fine dei miti e il dominio della tecnica

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di Alessio Bartelloni

Il termine “passione” non può essere diviso dal termine “sofferenza” perché passione è patire prima di ogni cosa, soltanto in seguito possiamo parlare di forte emozione, che genera ed è generata comunque da una forte sofferenza. È un trasporto dell’animo che l’uomo ha sempre voluto contrapporre al lògos, la pura e semplice ragione, polarizzando il pensiero in queste due forze, l’una per l’appunto razionale e l’altra irrazionale.

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Sembra che oggi non si voglia più accettare la frattura che la passione in effetti porta, la ferita che necessariamente deriva. Noi oggi viviamo in un’epoca – per usare un’espressione di Spinoza – di “passioni tristi”, ovvero un’epoca dove non c’è più progetto, ideazione, senso di appartenenza, necessaria conseguenza al crollo delle ideologie: non c’è più un’idea intorno alla quale avvolgere le nostre passioni. Ciò che adesso abbiamo sono infatti passioni povere, tanti piccoli desideri che possono essere prontamente soddisfatti, che nascono la mattina e muoiono la sera. Ecco che abbiamo smesso di appassionare gli uomini, in un’epoca che diventa pertanto spassionata e quindi più facile da governare proprio perché i tanti piccoli desideri sono diventati più facili da esaudire. E un’epoca spassionata comporta anche un’epoca assolutamente non creativa (come si può scrivere una poesia se non abbiamo passione, se non stiamo soffrendo? La Divina Commedia nasce dalla sofferenza di un esilio) perché se l’animo non viene turbato dalle passioni allora non può ideare, come non può neanche decidere: per comprare ad esempio una casa posso fare tutti i ragionamenti razionali che voglio, guardare i metri quadrati, analizzare il prezzo, considerare la posizione e così via, ma sarò spinto alla fine solo da un’indispensabile forza puramente irrazionale, un qualcosa che non è esplicabile a parole ma che si riassume generalmente con un “io mi sento che questa è la casa giusta”. La decisione è allora un evento che ha una fortissima carica irrazionale e passionale: con meno passioni avremo inevitabilmente una società sempre più omologata, conformista e facilmente governabile.

Un Occidente senza passioni, o comunque pervaso da “passioni tristi”, è un Occidente che si avvia sempre più celermente al baratro della malinconia. E tutto ciò avviene in concomitanza con l’evento filosofico più importante degli ultimi tempi: l’avvento della tecnica come soggetto della storia. Come sostiene Umberto Galimberti, uno dei massimi filosofi italiani viventi, nonché fonte primaria per questo mio articolo, la tecnica oggi nella società occidentale non è più uno strumento a disposizione dell’uomo, ma l’uomo stesso è diventato un funzionario di apparati tecnici: la politica non è più oggi il luogo della decisione e infatti guarda all’economia, che a sua volta per investire guarda le ricerche e i successi tecnologici. A forza di essere stata il mezzo universale per la realizzazione di qualsiasi scopo, la tecnica è diventata essa stessa il primo scopo ed è folle pensare alla tecnica come dipendente e derivata dalla pura scienza teorica, in quanto è proprio questa scienza che acquista significato solo in funzione della tecnica, dalla quale tutto dipende. Un falegname e un poeta quando entrano in un bosco non vedono le stesse cose: al poeta vengono in mente immagini di ninfe e sta attento al suono circostante (vedi La pioggia nel pineto di D’Annunzio), mentre il falegname si immagina già i mobili che possono essere ricavati da quel legno ed è anche in questo senso che Heidegger esorta l’umanità a recuperare lo sguardo poetico, lasciando in secondo piano lo sguardo tecnico.

E alla tecnica, inutile dirlo, non interessano le passioni, ma solo l’efficienza, l’efficacia e l’economicità. Risulta allora chiaro che l’uomo, se non vorrà restare per sempre schiavo di questa dea dalla più fredda e terribile razionalità, di questa estremizzazione di un lògos snaturato, dovrà ritornare alle passioni, che sono in fondo ciò che di più umano ha sempre avuto.

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