Le puttanate del Risorgimento. Verso un sano revisionismo storico

henridi Henri de la Roche 

‘Cesare!’ esclama chiunque all’udire massime quali ‘Veni, vidi, vici’ o ‘Alea iacta est’. Molti però non saprebbero dire con altrettanta prontezza che allo stesso grande generale e politico romano si riferiscono due versi canzonatori (quasi dimenticati dalla tradizione e noti, in linea di massima, ai soli studiosi) su attributi meno nobili: la passione smodata per le donne, la calvizie, lo sperpero di denaro. Ciò avviene perché la storia segue la tradizione, la propaganda di chi la scrive: i vincitori, ossia coloro che hanno interesse a perpetuare i racconti della propria ascesa. Ben si può immaginare dunque il valore di fedeltà e d’imparzialità! Fortunatamente, sempre è esistita qualche voce fuori dal coro: la minoranza del cosiddetto ‘revisionismo storico’.

mille

Nel nostro Paese un importante filone revisionista riguarda il Risorgimento ed affonda le sue radici letteralmente all’indomani dell’unificazione della penisola. Ecco che le gloriose imprese dei Mille e del loro eroico comandante vengono viste sotto una luce diversa, meglio ancora si valutano le reali condizioni socio-politiche che portarono all’annientamento del Regno delle Due Sicilie. La guerra garibaldina non fu di liberazione per amor patrio o desiderio umanitario, ma di conquista: le casse del regno meridionale erano ben ricche e molteplici erano i comparti di produzione floridi. Viceversa, il Regno di Sardegna e Piemonte versava in una situazione economica critica dovuta all’ingente indebitamento per far fronte alle spese militari. Annota lo storico Giacinto de’ Sivo (1814-1867):“Siam costretti a pagare i debiti fatti dal Piemonte appunto per corrompere e comprare il nostro paese”. In medio stat virtus: sebbene la ricchezza fosse distribuita in maniera assai disomogenea nel meridione, le guerre unitarie ebbero come primo obiettivo la conquista delle risorse del territorio e del tesoro del regno borbonico.

A ciò si aggiunge che il denaro incamerato non fu utilizzato, finalmente, a favore del popolo meridionale, ma ad incrementare l’industrializzazione e l’economia settentrionale. Il fenomeno del brigantaggio è analizzato dai revisionisti come un movimento popolare di resistenza contro l’invasore; per sconfiggerlo i conquistatori ricorsero a massacri, come a Casalduni, Pontelandolfo, Auletta (senza dimenticare l’eccidio di Bronte). L’esaltante cammino garibaldino di conquista lascia perplesso chiunque si soffermi a valutare lo squilibrio delle forze in campo: non c’è proporzione fra i Mille e il poderoso e ben armato esercito borbonico. Numerose fonti tramandano della corruzione di centinaia di ufficiali, che solo all’ultimo momento impartirono ai soldati l’ordine di arrendersi, rompere le righe o addirittura li lasciarono inoperosi nonostante la superiorità numerica; ancora più grande fu l’infedeltà tra le forze navali. Fra le motivazioni offerte dai revisionisti a questi eventi epocali, una delle più accreditate è quella di un complotto internazionale sovvenzionato dalla massoneria inglese.

Certo, parlare di revisionismo storico relativo al Risorgimento non implica appoggiarlo, specie se si riflette alle strumentalizzazioni che un processo storico così complesso può comportare. Ma una cosa è certa: a conoscere davvero la storia non è certo chi la scrive, ma chi la fa. E se chi la fa la scorda…

Alcune fonti:

Francesco Saverio Nitti, L’Italia all’alba del secolo XX

Giacinto de’ Sivo, L’Italia e il suo dramma politico del 1861

Aldo Servidio, L’imbroglio nazionale: unità e unificazione dell’Italia (1860-2000)

Gaetano Salvemini, Antonio Gramsci, Carlo Alianello

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