Trump, lasciatelo lavorare

guido2di Guido Silicani

Ci siamo. A partire da oggi, 20 gennaio 2017, Donald Trump è ufficialmente Presidente degli Stati Uniti d’America. Inizia dunque l’era Trump dopo una transizione assai rumorosa: da una parte i tweet un po’ infantili e poco presidenziali di The Donald, dall’altra i numerosi provvedimenti del presidente uscente Barack Obama per limitare il raggio d’azione del suo successore.

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Trump ha composto una squadra di governo piuttosto variegata: sono presenti alcuni alfieri del trumpismo duro e puro ma ci sono anche esponenti che hanno poco da spartire con lo spirito anticasta di quest’ultimi; il Segretario di Stato Rex Tillerson è un grande amico della famiglia Bush e vi sono nel governo vari ex manager di Goldman Sachs (che avrebbero potuto tranquillamente appartenere all’entourage della Clinton) oltre che esponenti di spicco della base del Partito Repubblicano. E il fatto che Trump avesse intenzione di miscelare le bislacche teorie dell’alt right con la base moderata del Gran Old Party lo si capiva dalla candidatura di vicepresidente di Mike Pence, un conservatore di ferro che avrà il compito di mantenere i rapporti col Congresso a maggioranza repubblicano ma fortemente scettico nei confronti del nuovo inquilino della Casa Bianca.

Ma quello che tutti ci chiediamo è: cosa farà Donald Trump da presidente? E’ una domanda estremamente difficile, soprattutto per il fatto che noi di ributtante non siamo certo degli specialisti di politica americana né vogliamo dare al lettore la parvenza di esserlo. Possiamo però tracciare qualche linea guida: la sua proposta più famosa – e contraddittoria – è certamente quella di voler costruire un muro al confine messicano per fronteggiare l’immigrazione. Trump è più volte ritornato su questo argomento e ha cambiato spesso la propria versione dei fatti. Di una cosa siamo certi: se – e ripeto: se – verrà costruito realmente il muro a pagarlo saranno i contribuenti americani. Un’altro grande punto dell’amministrazione Trump dovrebbe essere il massiccio taglio delle tasse per le imprese. Il tycoon avrebbe inoltre in mente un piano di spending review di proporzioni storiche: l’obbiettivo sarebbe quello di ridurre la spesa pubblica di 10,5 trilioni di dollari in 10 anni. Sul fronte del Commercio la nuova amministrazione avrebbe intenzione di attuare una vera e propria svolta protezionista, e questa non è proprio una cosa di cui essere particolarmente felici. Tuttavia solo il tempo ci dirà se il nuovo presidente metterà in atto le sue parole oppure se tradirà i suoi elettori.

La prima impressione è che Donald Trump, da demagogo, ciarlatano e istrione quale egli è, abbia esagerato con le parole durante la campagna elettorale e che ciò che farà durante la sua presidenza sarà abbastanza lontano dal programma per il quale è stato votato dai suoi seguaci, stregati dalla sua brillante capacità di cogliere immediatamente gli umori del pubblico. Trump sarà un pessimo presidente? E’ possibile, e in tal caso verrà rispedito nella sua torre dagli elettori tra soli quattro anni: la democrazia americana funziona così. Se fossi un cittadino americano sottoscriverei però in pieno il monito di Nicole Kidman:«Quel che è successo è successo, lasciatelo lavorare».

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