Distopia all’italiana

di Silvio Ghidini

Sono un libero cittadino italiano e ho perso. Il 4 Dicembre, abbiamo perso tutti.

Non fraintendete: questo non è lo sfogo di un ormai ex(?) sostenitore del Sì (se è quello che cercate, interrompete immediatamente la lettura), ma una piccola riflessione da spettatore attivo su ciò che è stato il perno attorno cui ha vorticato vertiginosamente il nostro paese negli ultimi sei mesi dello scorso anno, alle porte di un nuovo Referendum e, mettendo le mani avanti, di nuove elezioni.

Vorrei portare alla mente di chi legge una scena esatta di 1984 (perché Orwell viene troppo citato a vanvera e mai capito abbastanza): i due minuti d’odio. Nel romanzo, le persone sfogano giornalmente la propria rabbia verso il nemico della società, rappresentato su schermi e fotografie, urlando, strappandosi le vesti, lanciando oggetti e sputando tutto il male recondito nei confronti di chi è la nemesi della libertà e del benessere collettivo (o che almeno così viene reputato); il tutto è sia diritto che un dovere, in quanto un popolo fortemente motivato e con un obiettivo è facilmente manipolabile.

Sia per passione che per interesse civile (non so esattamente dire con quali proporzioni), la riforma costituzionale mi è stata molto a cuore, dalla nascita sino all’esito delle urne. Ho partecipato attivamente alla discussione pubblica, schierandomi ovviamente dal lato che più rispecchiava il mio pensiero, e mi sono impegnato per portare avanti le mie idee. Durante tutti i mesi della campagna, sono stato sotto costante effetto di uno strano déjà-vu, non capendo però cosa il mio inconscio cercasse di suggerirmi. Poi, il 5 Dicembre, l’illuminazione: per mesi, davanti ai nostri occhi, talk show, comizi, giornali, piazze e social network sono stati gli scenari di 2 minuti, ma no, ore, giorni d’odio reciproco, con le due fazioni pronte a tutto per prevalere, tenendo tra i denti non coltelli ma schede elettorali. Non fraintendete, siamo un paese libero e per fortuna ben distante dalla distopia orwelliana, ma l’immagine di due folle oceaniche che, comodamente sedute, si insultano a distanza, ancora mi rimbomba in testa.

Come ho già detto, ho preso parte attivamente lungo il percorso, e questo mi ha permesso di incontrare nuove persone, stringere mani, partecipare e collaborare tanto quanto dialogare, scambiare idee e cercare di convincere chi non era sulla mia stessa lunghezza d’onda. Potrei fare l’elenco degli individui, dei comitati e dei gruppi, sia del Sì che del No, che come me hanno portato avanti le proprie idee secondo quello che è il civile processo democratico, cioè coloro che non hanno combattuto ma bensì si sono impegnati per quello che secondo loro è il bene per il paese (sottile differenza che, scusatemi, secondo me deve essere motivo di vanto).

I sondaggi parlano chiaro, il voto è stato un giudizio sull’operato del governo, e questa è stata per noi, noi tutti italiani, un’occasione sprecata di confronto costruttivo, una grande sconfitta. Non importa quanti davvero hanno valutato, colto e sfruttato quest’occasione di riflessione (nonostante, fortunatamente, siano stati tanti): ogni voto non riguardante la riforma ma bensì il governo e/o Renzi è un voto perso; ogni Sì, ogni No, una sconfitta. Per “mandare a casa Renzi” o chi al posto suo ci sono le politiche, per “bocciare la Raggi” ci sono le comunali; per riflettere sulla nostra costituzione relativamente ai processi di partecipazione popolare attiva, ai ruoli delle regioni e del Senato ed a tutto il corollario di argomenti che la riforma ha messo in ballo nel bene e nel male, non c’è più tempo.

Personalmente avrei preferito una vittoria schiacciante del No, una vera bocciatura netta della riforma con l’80% favorevole, ma almeno nel merito. È un bene che, in ogni caso, la riforma sia stata arrestata? Non sta a noi dirlo, ma, a tempo debito, alla storia, come per tutto. All’alba di un nuovo cammino verso un referendum completamente diverso (ma che rischia vivamente di fare la stessa fine di cui si è parlato in queste righe) e con le elezione bramate da tutti, mi auguro solo un maggiore senso di autocritica comunitario, perché un popolo che non sa riflettere è schiavo di se stesso.

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