La vergogna di essere soli. Un tentativo di risposta sociologica

alessio-bartedi Alessio Bartelloni

Per quanto l’uomo possa vaneggiare sogni di libertà tradotta in un riscatto di se stesso contro un mondo che lo costringe in un cerchio di impegni e vincoli familiari, personali, lavorativi, amorosi, egli non potrà mai liberarsi da tutto ciò, non perché gli è negato, ma in quanto l’uomo stesso non può esimersi dalle relazioni. Ci ricorda appunto Aristotele che l’uomo è un animale sociale (zoòn politikòn), definizione che ci sarà utile per questa analisi, del resto differisce dalle belve, le quali, al pari degli dèi, non hanno bisogno di vivere in società. È proprio nella società infatti che l’uomo può trovare la sua massima realizzazione, lasciamo da parte il discorso di Freud che vede nella civiltà lo scambio della felicità umana per un po’ di sicurezza, argomento che ha il mio pieno appoggio oltre che simpatia, e concentriamoci momentaneamente su cosa significhi essere sociali. Vuol dire prima di tutto creare relazioni, che non sono altro che rapporti di scambio tra l’io e l’altro e che variano di intensità e sincerità (intesa come l’accordo armonioso tra ciò che io dico o ciò che io provo) a seconda dell’età, della posizione sociale, del sesso, dei sentimenti di propensione/avversione e così via.

soli

La comunità è formata da tutti questi legami interpersonali e, va da sé, più forti sono questi legami, più forte ne risulta la comunità stessa. Pertanto, in virtù del fatto stesso che la società – e in particolare la società globale – ha bisogno di relazioni continue tra individuo e individuo per vivere e sopravvivere, è evidente che il singolo ha più potere quante più relazioni riesce a mantenere, ma è bensì ancor più evidente che l’uomo che non dispone di queste relazioni, che non ne dispone abbastanza, che non ne dispone almeno quanto la comunità gli richiede, è automaticamente tagliato fuori dalla società.

Ecco che approdiamo al tema della solitudine. Chi continua a vedere la solitudine come un puro problema psicologico, a discapito di una visione più ampia che si renda anche conto dell’aspetto isolante e di esclusione (un tempo si sarebbe parlato di ostracismo, ma oggi va per la maggiore l’emarginazione, che in fondo altro non è se non ostracismo sociale), non ha capito niente del fenomeno. A complicare ulteriormente la situazione, si aggiunge il fatto che la società non richiede all’individuo soltanto relazioni quantitative, ma anche – e soprattutto – qualitative, ovvero la diversificazione, il che, tradotto, vuol dire “relazioni di lavoro (avere un capo/avere dei dipendenti), relazioni amorose (avere una moglie/avere un marito), relazioni socievoli (avere amici), ecc…”.

La visione del mondo di un individuo, in conclusione, è predominata da categorie sociali, essendo l’individuo stesso figlio e non padre della società, e proprio queste categorie mentali stabiliscono la posizione di un uomo all’interno del mondo e il suo grado di realizzazione. La vergogna di essere soli non è quindi dettata da un fatto puramente psicologico, ma da un fondato senso di inadeguatezza verso una società a cui vogliamo appartenere a pieno titolo.

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