CHARLIE HEBDO: due anni dopo

Il 7 gennaio 2015, a Parigi, due terroristi islamici di Al Qaeda entrarono nella sede di Charlie Hebdo, giornale satirico francese, e fecero una strage.

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Morirono dodici persone. Tra queste il direttore del settimanale, Stèphane Charbonnier, e molti dei disegnatori più famosi della testata. A questi dodici morti vanno inoltre aggiunti i 5 che vennero uccisi, sempre dagli stessi terroristi, due giorni dopo in un negozio kosher. La «colpa» di Charlie Hebdo era quella di aver ritratto, saltuariamente, il Profeta nelle loro vignette e di aver sbeffeggiato l’estremismo islamista. Questa storia delle vignette cominciò nel 2005 quando un giornale danese, il Jyllands-Posten, pubblicò delle caricature di Maometto. Allora ci furono grandi tumulti in diversi paesi musulmani e tutto il mondo si interrogò sulla libertà di espressione.

L’attentato a Charlie Hebdo, che fu l’inizio di una nuova scia di terrore tuttora duratura, provocò un grande sdegno dappertutto: vennero promosse numerose manifestazioni di vicinanza al giornale satirico e a tutta la Francia. Ci furono poi molti altri – tra questi anche uomini di grande importanza e rilievo – che manifestarono atti di deprecazione, lasciando però intendere, in maniera meschina, che alla fine i vignettisti francesi se l’erano andata un po’ a cercare: d’altronde quando ci dicono che nostra madre è una poco di buona un cazzotto non si nega a nessuno.

Due anni dopo questa terribile tragedia, cosa abbiamo imparato sulla libertà di espressione? In Italia, se si pensa che in questi ultimi giorni siamo stati impegnati a discettare se sia giusto o meno che un’agenzia statale controlli il web, direi che abbiamo imparato ben poco.

Nel settembre scorso il giornale satirico pubblicò una crudele vignetta che scherzava sul drammatico terremoto avvenuto nel Centro Italia. Si scatenò una bufera: gran parte di coloro che sino al giorno precedente erano stati degli accaniti  Je suis Charlie – noi italiani siamo abilissimi e svelti nel cambiare casacca – si scandalizzarono a tal punto da rammaricarsi del fatto che i jihadisti avessero lasciato dei sopravvissuti. Le vignette sono belle fintanto che colpiscono gli altri. Non fraintendeteci: la vignetta sul terremoto non ci faceva affatto ridere. Ma aveva piena legittimità di essere disegnata e pubblicata, come l’avevano le caricature di Maometto.

Ed è per questo che bisogna ricordare per sempre Charlie Hebdo come simbolo di libertà. Occorre infatti ricominciare dalla libertà, a partire da quella di espressione, se vogliamo ricostruire un futuro migliore di questo presente.

Guido Silicani

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