Sul teatro e la santa truffa ai danni del reale

alessio-bartedi Alessio Bartelloni

Ancor prima di arrivare a parlare del teatro, la riflessione qui proposta si è mossa a partire da una ricerca che mi è sempre stata molto al cuore: il concetto “santità” o perlomeno che cosa questa sia nell’era post-moderna e dove sia possibile trovarla. Non a caso ho parlato di questa epoca, l’epoca in cui “Dio è morto”, come ci assicura Nietzsche, e con Lui tutti i valori con la v maiuscola che per secoli hanno costituito i paradigmi del pensiero occidentale e le coordinate teologiche/filosofiche per una determinata visione del mondo. Tra questi paradigmi e coordinate, il concetto di “santo” riveste un ruolo di primissimo piano: è allora anche questo tramontato insieme a Dio o può esistere separato da Egli, in una visione laica di santità? L’etimologia può correrci in aiuto. La parola “santo” infatti deriva dal latino “sanctus”, il participio passato di “sancire” (= stabilire, decretare, ma anche separare, dedicare [a Dio]), ma è strettamente collegata etimologicamente a “sacer” (= sacro), secondo la radice sanc-/sac-, e “sacro” è parola indoeuropea che significa prima di tutto “separato”. La sacralità non è quindi una condizione spirituale o morale, ma una qualità inerente a ciò che ha relazione e contatto con potenze che l’uomo, non potendo dominare, avverte come superiori a sé e come tali attribuibili a una dimensione che solo in seguito chiamerà “divina”, pensata comunque come “separata” e “altra” rispetto al mondo umano. Dal sacro l’uomo vuole tenersi lontano, perché fa paura, ma allo stesso tempo ne è profondamente attratto, perché è visto come qualcosa di potente, di diverso, di “divino” appunto. E questo rapporto ambivalente è l’essenza di ogni religione, che vuole tenere in sé raccolto (“re-legere”) il sacro, per garantirne allo stesso tempo la separazione e il contatto, che viene comunque regolato attraverso pratiche rituali che vogliono da un lato evitare l’espansione incontrollata del sacro e dall’altro la sua inaccessibilità.

teatro

Da queste premesse muove la mia convinzione che, in un’epoca in cui Dio è morto (o comunque non gode di buona salute) e con Esso la religione, la truffa teatrale rimane, se non l’unico, il migliore luogo in cui possa accadere l’evento del sacro, proprio perché, se si considera come reale il luogo dove si trova lo spettatore, è “separato”, “altro”, “divino” il luogo dove agiscono gli attori.

Ho parlato di “truffa” non a sproposito, in quanto l’azione drammatica stessa, agli occhi di uno spettatore, è pura finzione, un imbroglio, una truffa in cui tutti sono complici e partecipi, per il fatto che, affinché funzioni, lo spettatore deve – al pari dell’attore – fingere anche lui, proprio come sosteneva Gorgia, sofista ateniese del V secolo a.C., che proclamava che lo spettatore più intelligente è colui che si lascia più ingannare. Il teatro rappresenta poi il migliore luogo in cui possa accadere il santo: nello stesso momento in cui l’attore, attraverso le parole del dramma, modifica la mente dello spettatore, chi guarda, applaude o ride modifica la recitazione stessa, che è sempre unica e irripetibile, un eterno hic et nunc che varia di volta in volta. Proprio questo reciproco mentire e la possibilità di influenzarsi a vicenda rendono il teatro la forma suprema in cui possa accadere il santo. La proiezione di un film infatti, seppur ha la componente della reciproca finzione, è indifferente al pubblico, che è modificato dalla visione ma non modifica questa, con il risultato di avere sempre la medesima proiezione, come infatti accade.

Lungi dall’essere quindi un luogo di puro piacere e divertimento, il teatro, nell’epoca in cui viviamo noi, segnata dalla fine del mondo metafisico, assume la funzione di far accadere il divino (ecco perché “santa”) attraverso un rapporto di reciproca finzione (ecco perché “truffa”) nel mondo dello spettatore, il mondo reale che viene danneggiato ma solo per trarne un immenso beneficio.

Qui la santità del Teatro.

Alessio Bartelloni

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