O Tite tute Tati tibi tanta tyranne tulisti: un Liceo Classico che si ammazza da solo

alessio-bartedi Alessio Bartelloni

Il Liceo Classico, icona della scuola superiore e un faro di speranza per le future generazioni, nel corso degli ultimi anni ha attirato l’attenzione su di sé per quanto riguarda la sua sorte, il suo futuro.

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 Dalle tanto accese conferenze circa la sua (in)utilità al processo-spettacolo di Torino del novembre 2014, non manca più nessuno che non dica la propria su come il Liceo Classico dovrebbe o non dovrebbe essere. Polemiche che lasciano il tempo che trovano. Certo che il Liceo Classico ha dei problemi, dalla scarsa preparazione per le materie scientifiche, che è dovuta a una fisiologica mancanza di ore, alla gravissima noncuranza dell’attualità (gente che esce dal Classico e conosce a memoria il discorso di Pericle ma non sa come è formato il nostro Parlamento), sarebbe da pazzi dire che va tutto bene, ma bisogna capire che questo liceo non avrebbe né più né meno problemi rispetto agli altri indirizzi se non fosse per il grave flagello che lo fustiga: la retorica del cambiamento. La retorica del cambiamento è infatti la morte stessa del Liceo Classico. Questo cancro, che è sempre esistito serpeggiante nella politica più miserabile e che negli ultimi tempi ha raggiunto la sua apoteosi, se traslato nella scuola, porta a esiti devastanti: fa passare l’idea che sia la scuola a doversi adattare ai bisogni del singolo studente e non lo studente a doversi avvicinare con assoluto rispetto all’istituzione quale la scuola appunto è. Il cambiamento è una cosa seria, la retorica del cambiamento una cosa disgustosa. Resta poi da dire che tutta questa improvvisa esigenza di cambiamento, a conti fatti, non nasce neanche dal nobile desiderio di garantire la migliore formazione possibile al ragazzo, ma dal materialistico bisogno di “fare cassa”, ovvero, tradotto, “avere più iscritti”. E ciò si spiega facendo due più due: nel 2013, secondo una statistica riportata da l’Espresso, il 6% dei ragazzi scelgono il Classico e oggi la percentuale si aggira sul 5% e proprio in questi ultimi anni il cambiamento (cambiamento poi in cosa?) sembra essere l’assoluta priorità. Il risultato allora? Una scuola che cerca di farsi bella, di fare l’occhiolino allo studente, di dire “guarda che se scegli me poi non te ne penti”, e il paradosso sta proprio nel fatto che questa scuola è bellissima, ma sembra non saperlo, e, nel voler farsi bella, appare invece un mostro. Perché allora non smettere di vedere questo 5% di iscritti come una colpa, un difetto, e non cominciare a vederlo come un pregio? Dire chiaramente a un ragazzo di 13/14 anni che non sa se iscriversi: “Guarda solo il 5% dei ragazzi come te si iscrive a questa scuola, sei sicuro di volerlo fare?” e farla finita con tutto questo sentirsi sbagliati e non attraenti? Il problema è tutto nella testa del Classico e si ammazza da solo: “O Liceo Classico, tiranno, tu stesso ti attirasti atrocità tanto tremende!”.

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